Mostra Play. - videogame arte e oltre - Hiro, by Silvio Giordano

Hideo Kojima

Icona: figura o personaggio emblematico di un’epoca, di un genere, di un ambiente. L’Enciclopedia Treccani così definisce quel tipo di persona che è in grado di condizionare i modi di pensare e vivere di un’intera generazione di esseri umani. Come ormai avrete capito noi parliamo di videogame e in questo episodio ascolterete la storia di una vera e propria icona del mondo dei videogames. Stiamo parlando del creativo giapponese Hideo Kojima.

Per quelli di voi più avvezzi all’industria dei videogames sicuramente sarà un nome molto conosciuto, per quelli che invece non la conoscono, bene, vi invitiamo a prestare attenzione a quello che sentirete, perché parleremo di uno delle menti più incredibili di questi ultimi 30 anni. Proprio così, avete sentito bene. Kojima è una di quelle personalità che hanno travalicato le frontiere degli ambiti e delle categorie, per affermarsi come artista tout court.

Hideo Kojima è nato il 24 agosto 1963 a Setagaya, uno dei quartieri della grande metropoli di Tokyo, ma si è trasferito molto presto con la famiglia a Osaka, città dove ha trascorso la maggior parte della sua infanzia. Fin da piccolo Kojima ha dimostrato una grande passione per il cinema, stimolata e coltivata direttamente dai suoi genitori, che ogni sera, tornati dal lavoro, riunivano la famiglia intorno alla televisione e facevano vedere ai tre figli film di vario tipo dai western, ai film europei, fino agli horror. Una volta cresciuto questa sua inclinazione per la settima arte si affermò con grande forza, tanto che comunicò ai propri genitori di voler intraprendere una carriera nel cinema, nell’arte o nell’illustrazione. Per tutta risposta i suoi gli regalarono una camera Super 8, con cui lui cominciò a realizzare i primi film amatoriali.

Purtroppo, quando Hideo aveva soltanto 13 anni, la famiglia Kojima fu duramente colpita dalla morte del padre e improvvisamente i 4 membri rimanenti si trovarono senza l’unico reddito familiare. Così sua madre dovette trovare un lavoro e i figli crebbero molto velocemente, imparando a occuparsi di loro stessi in autonomia. Quando Hideo tornava da scuola, spesso si trovava in una casa vuota. Un’adolescenza vissuta in una famiglia in cui spazio per i sentimenti ce n’era poco, perché ognuno doveva adoperarsi per la propria sopravvivenza. Possiamo pensare che questo senso di isolamento abbia giocato un ruolo importante nella sua visione della vita.  L’inquietudine provata ogni volta che era da solo lo ha spinto a cercare, da adulto, più interazioni sociali possibili per superare il proprio disagio.

Uscito dalle scuole superiori, Hideo si iscrisse alla facoltà di economia. In quegli anni iniziò anche a scrivere racconti e a inviarli a varie testate, ma tutti vennero rifiutati perché la maggior parte delle riviste voleva storie di 100 pagine, mentre quelle di Kojima superavano spesso le 400 pagine. I rifiuti ricevuti non facevano altro che aumentare la sua frustrazione. Sentiva di essere entrato in un vicolo cieco, e questo si rifletteva anche nei rapporti sociali che aveva. Infatti molti si aspettavano che Kojima si dedicasse al cinema, dal momento che ne era molto appassionato, ma una sera durante una cena con i suoi amici più stretti rivelò che sarebbe invece entrato nell’industria dei videogiochi, con grande sorpresa di tutti i presenti.

Molti di loro non sapevano che Hideo, proprio negli anni dell’università, aveva passato ore a giocare a molti titoli su Nintendo Famicom. I suoi amici gli espressero subito la loro preoccupazione per un futuro che, a inizio anni ‘80, non era certo ben delineato come oggi, ma lui li rassicurò, convinto di aver intrapreso la strada giusta.

Quello del game designer è davvero un lavoro? Molti ne dubitano ancora oggi. Se siete genitori e state ascoltando questo podcast date fiducia a vostro figlio o a vostra figlia se vi chiede di lavorare nell’industria dei videogiochi. È un grande mondo, in cui creatività e spirito di iniziativa hanno la possibilità concreta di essere premiati.

Hideo entrò ufficialmente a far parte della divisione MSX di Konami nel 1986 come game designer e programmatore. All’inizio della sua avventura in Konami, lavorò come supporto ad alcuni progetti di cui non fu particolarmente entusiasta, ma dopo circa un anno, in una sonnacchiosa mattina di maggio, un socio anziano entrò nel suo ufficio, lo guardò, si sfilò da sotto braccio una cartella rigonfia di fogli e gliela mise sul tavolo dicendo: «ora sta a te». Nella cartellina c’erano le bozze preliminari e una parte della trama di un gioco considerato minore, Metal Gear. Sì, proprio così, Konami considerava Metal Gear un gioco di secondo piano. Quel che successe dopo li fece ricredere, ovviamente. Hideo si mise subito al lavoro ma si scontrò con un limite tecnico: non era soddisfatto della tecnologia dell’epoca, che limitava fortemente i combattimenti. Passò settimane a cercare di capire come risolvere il problema. Fu durante una telefonata a sua madre che capì come uscirne. La soluzione era in uno dei film che i suoi genitori gli avevano fatto vedere da bambino: La grande fuga. Il film, che ha come protagonista Steve McQueen, racconta la rocambolesca fuga da un campo di concentramento nazista di un gruppo di ufficiali dell’esercito inglese. Usando quell’ambientazione Hideo intendeva porre l’accento sulla furtività del protagonista del suo videogioco, un aspetto non inedito nell’intrattenimento, ma mai sfruttato a fondo. Metal Gear uscì nel 1987 per l’MSX2 in Giappone e in alcune parti d’Europa, anche se poco dopo fu rilasciata una versione più universalmente conosciuta per il NES.

Nel 1990, lui e il suo team svilupparono un sequel di Metal Gear, intitolato Metal Gear 2: Solid Snake. Il genere stealth sbocciò definitivamente con questo sequel, in cui era perfezionato il gameplay del muoversi silenziosamente, rendendolo per sempre una meccanica di base nei videogiochi di questo tipo. Anche i contenuti di Metal Gear 2 erano temi spinosi per un paese come il Giappone, in primis la natura della guerra, e questo non fece che consolidare la figura di Kojima come narratore di talento che non ha timore di prendere di petto la realtà che lo circonda per decostruirla.

Per chi lo ha giocato come noi, la saga di Metal Gear è stata un’illuminazione videoludica. Vestire i panni di Snake – il personaggio più amato – e infiltrarsi nella base nemica per sabotarla totalmente ha regalato brividi a migliaia di ragazzi che ci hanno giocato. Tutti e 5 i titoli della serie sono stati un’epifania travolgente che ci ha inchiodato davanti allo schermo per giorni, cercando di non farci beccare dalle patrol dei militari. Come un bel libro, come un grande film, come una splendida opera d’arte, videogiochi come Metal Gear riescono a entrare nel cuore di chi li gioca, perché sono un’esperienza unica.

Hideo Kojima, che inanella un successo dopo l’altro, all’inizio del XXI secolo comincia ad assumere le vesti del creativo fuori dalle categorie. Viene invitato come giurato nei festival del cinema che aprono le proprie sezioni digitali e sui social diventa protagonista di narrazioni quotidiane della propria creatività, attirando l’attenzione di milioni di follower. In sostanza diventa la conferma plastica che anche lavorando nell’industria dei videogiochi si può diventare degli esempi da seguire.

Nel 2015 la Konami chiude la sezione da lui diretta, ma ormai Hideo è diventato famoso quanto e come la società per cui lavora. Il 16 dicembre 2015 annuncia che la Kojima Productions è diventata uno studio indipendente, che collaborerà con Sony. Il game designer giapponese sta per lanciare un nuovo videogame. L’8 novembre 2019 esce infatti Death Stranding e, in questo caso, i confini tra videogame, film e narrazione sono talmente labili che diventa molto difficile dare una definizione di ciò che i player di tutto il mondo si trovano davanti. Il protagonista ha la faccia e il corpo di Norman Reedus, attore diventato famoso per la serie tv The Walking Dead. Fino a qualche anno fa solo dopo l’uscita di un film usciva una sua versione videoludica, oggi invece sono i videogame che provano a sostituire i film. Un’altra rivoluzione made by Hideo Kojima.

Hideo si sente pronto per questo nuovo mondo: «Se si riesce a fare bene una cosa, allora si può fare bene tutto». Nella sua visione del futuro film, programmi televisivi e videogiochi saranno in competizione nello stesso spazio, grazie alla tecnologia di streaming, e questo incoraggerà l’emergere di nuovi formati. Su questo Hideo ha già posto il faro della sua creatività e siamo sicuri che sia già pronto per inventare nuovi formati mai visti prima. Voi siete pronti a seguirlo?

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